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E' morto Peter Orlovsky L'amore beat di Ginsberg

E' morto Peter Orlovsky L'amore beat di Ginsberg - Pagine Ribelli
Un po' alla volta, quasi in punta di piedi, stanca di un mondo che ha smesso di ascoltarla, la "beat generation" si sta trasferendo in un'altra dimensione, o comunque si voglia definire il mistero dell'al di là. Domenica sera, in una clinica del Vermont, se n'è andato Peter Orlovsky, che unì il suo nome a quello di Jack Kerouac, di William Burroughs, di Gregory Corso e degli altri protagonisti della grande stagione della controcultura americana. Ma che, nella vicenda dei "battuti e beati", resterà per sempre come colui che fuse il suo percorso esistenziale e poetico con quello del più grande esponente del movimento letterario che sconvolse l'America tra anni 50 e 60, Allen Ginsberg, l'autore dell'Urlo.
Come Ginsberg, anche Orlovsky è stato stroncato da un tumore all'età di 76 anni. L'annuncio della scomparsa è stato pubblicato dal blog del Los Angeles Times. Ma la causa della fine è davvero un misero dettaglio. Perché Peter e Allen, assieme alla poesia, alla provocazione e alle idee, portarono sotto i riflettori dell'America anche il loro amore. La prima conclamata relazione gay, un'unione durata oltre trent'anni, fino al 1997, quando Ginsberg se ne andò all'età di 71 anni.
Si erano conosciuti nel 1954, quando Ginsberg, 28enne e non ancora una celebrità, vide nell'appartamento del pittore Robert La Vigne a San Francisco un quadro che ritraeva un uomo nudo, disteso su un divano, un mazzo di cipolle ai piedi. Era Peter. La Vigne fece incontrare i due e da quel momento Orlovsky divenne amante e segretario di Ginsberg, viaggiò per il mondo assieme a lui (in particolare in Marocco e India, dove abbracciò la fede buddista) in un rapporto vero, forte, eppure pienamente aperto. Fernanda Pivano la definì una relazione che "bruciava di amore e poesia".
La stessa Pivano, testimone e instancabile divulgatrice dell'epopea beat, raccontò che il 3 febbraio 1955 Orlovsky accettò il voto nuziale proposto da Ginsberg: l'impegno a possedersi e donarsi l'un l'altro fino a che non fossero andati insieme in Paradiso. Nel suo diario Ginsberg spiegò il voto in un lungo soliloquio in cui delineava l'equilibrio della coppia come basato sulla sua personale posizione di "maestro dei libri", mentre Peter era il "maestro del sesso".
"Maestro del sesso" ma anche poeta, Orlovsky, autore di una decina di raccolte. Tra le sue opere figurano Clean Asshole Poems and Smiling Vegetable Songs, Dear Allen, Ship will land Jan 23, 58, Lepers Cry, Straight Hearts' Delight: Love Poems and Selected Letters (con Ginsberg). Le sue poesie più significative sono state raccolte nel 1977 dalla City Lights Books, la casa editrice del "beat" Lawrence Ferlinghetti.
In realtà, il sodalizio tra Orlovsky e Ginsberg resse alla prova del tempo e della vita soprattutto perché il collante più autentico fu la loro profonda amicizia. Perché Peter non poteva reggere il confronto con l'impatto culturale di Ginsberg. Quello scompenso fu forse la radice della sua depressione cronica. E forse anche dei suoi "cedimenti" al richiamo dell'eterosessualità. Ma Ginsberg tenne Peter sempre vicino a sé, nonostante la promiscuità e anche dopo la fugace relazione di Orlovsky con William Burroughs, che aveva conosciuto nel 1957 durante un viaggio a Tangeri.
Alla fine, la sofferenza, la depressione, lo squilibrio, lo scandalo dell'America perbenista, l'irritazione dei salotti culturali ortodossi, l'occhio vigile dei servizi segreti, tutto scolora di fronte alla bellezza della foto in bianco e nero che Richard Avedon scattò a Peter e Allen, nudi in un abbraccio capace di sfidare, forse più di ogni parola e di ogni invettiva, la coscienza sporca di qualsiasi tribunale morale.
 
 
 
Un arcobaleno entra versandosi nella mia finestra. Sono elettrizzato.
Canzoni esplodono dal mio petto, tutte le mie lacrime cessano, il mistero inonda l’aria.
Cerco le mie scarpe sotto al letto.
Una grossa donna colorata si trasforma in mia madre.
Non ho ancora denti finti. Immediatamente dieci bambini si siedono sul mio grembo.
Non taglio la barba da un giorno.
Ho bevuto un’intera bottiglia con i miei occhi chiusi.
Ho scritto su un foglio e mi sento nuovamente sdoppiato. Voglio che tutti mi parlino.
Raccolgo la spazzatura dalla scrivania.
Invito duecento bottiglie nella mia stanza, le chiamo insetti di giugno.
Uso la macchina da scrivere come cuscino.
Un cucchiaio diventa una forchetta davanti ai miei occhi.
I vagabondi donano a me tutti i loro soldi.
Ciò di cui ho bisogno è uno specchio che mi accompagni per tutta la mia vita.
Nei miei primi cinque anni di vita ho vissuto in pollai con poca pancetta.
Mia madre mi mostrava la sua faccia da strega e mi raccontava storie di barbe blu.
I miei sogni mi sollevavano dal mio letto
Sognavo di saltare nel vortice di una pistola per lottare con una pallottola.
Ho incontrato Kafka e lui è salito su un appartamento per evitarmi.
Il mio corpo si è trasformato in zucchero, versato nel tè ho trovato il senso della mia vita.
Ciò di cui avevo bisogno era inchiostro per trasformarmi in un ragazzo nero.
Cammino per le strade cercando oggi gente che mi accarezzi.
Ho cantato sugli ascensori credendo di raggiungere il paradiso.
Sono sceso all’86° piano, correndo lungo i corridoi, alla ricerca di mozziconi freschi.
Il mio sperma diventa un dollaro d’argento posato sul letto.
Guardo fuori dalla finestra e non vedo nessuno, Vado in strada, guardo verso la mia finestra e non vedo nessuno.
Così parlo all’idrante, e gli chiedo “Hai delle lacrime più grandi delle mie?”
Non c’è nessuno in giro, piscio ovunque.
Mie trombe di Gabriele, mie trombe di Gabriele: Spiegate i canti di gioia, il mio giubilo immenso.