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L'Orologio di Carlo Levi, l'amaro romanzo sugli inizi della Repubblica

L'Orologio di Carlo Levi, l'amaro romanzo sugli inizi della Repubblica - Pagine Ribelli
“Contadini”da una parte “luigini” dall'altra. Questi per Carlo Levi, erano gli italiani nel cuore del Novecento, all'indomani della Seconda guerra mondiale. Contadini, erano “tutti quelli che fanno le cose, che le creano, che le amano, che se ne contentano. Sono contadini anche gli artigiani, i medici, i matematici, i pittori, le donne...”, luigini, erano “gli altri, la grande maggioranza della sterminata, informe, ameboide piccola borghesia, con tutte le sue specie, sottospecie e varianti, con tutte le sue miserie, i suoi complessi di inferiorità, i suoi moralismi e immoralismi,e ambizioni sbagliate... Sono quelli che dipendono e comandano; e amano e odiano le gerarchie, e servono e imperano...”
La frattura tra contadini e luigini è l'asse concettuale sul quale il talento letterario di Carlo Levi costruisce, con L'orologio, il più bel romanzo che sia mai stato scritto sull'Italia che usciva dalla Resistenza. Lo scontro tra quei due modi diversi di vivere la nostra identità nazionale non era mai stato alla pari: i “contadini” erano stati “una grande forza che non si esprime, non parla”. La loro voce era stata soltanto la lotta; fuori dalla dimensione del conflitto erano sempre gli altri, “i luigini”, a parlare, a mettere in campo i loro strumenti, la loro forza, “lo Stato, la Chiesa, i Partiti, il linguaggio politico, l'esercito, la Giustizia e le parole”.
Così, in Italia, la politica era sempre stata “luigina” e “i politicanti, gli organizzatori di tutte le tendenze e qualità”, erano sempre stati luigini, “magari senza saperlo e senza volerlo...”
Quello che Carlo Levi vuole dirci è che nella nostra storia unitaria ci sono stati tempi luigini e tempi contadini. La Resistenza era stato un tempo “contadino”, lasciando affiorare un universo in cui “ciascuno faceva, quello che faceva con naturalezza, in un mondo indipendente e senza comportamenti stagni, nelle fabbriche, sul lavoro o nel governo locale del Comitato di Liberazione”. Nei venti mesi della lotta partigiana, “tutti si capivano: in città e in campagna: e si poteva battere a tutte le porte, e si aprivano senza bisogno di parole d'ordine. Ci si riconosceva, così allo sguardo, a fiuto. Si era tutti d'accordo. Ciascuno era al suo posto, faceva cose che non avrebbe mai immaginato di poter fare”. La Resistenza aveva alimentato i germi di una irrefrenabile voglia di vivere, di un attivismo febbrile che in soli tre anni, dal 1945 al 1948, portò a una Ricostruzione che cancellò del tutto le ferite materiali ereditate dalla guerra: “Guardate le facce delle persone, i loro gesti, la loro attività: scriveva Carlo Levi – non hanno perso quello che avevano trovato allora, e forse non lo perderanno per molto tempo. Sono vivi, attivi, tirano su muri diroccati, si sposano, fanno all'amore, cercano tutti i modi possibili, senza pigrizia e senza lamenti, di guadagnare la vita, di migliorarla e, con una incredibile rapidità, si sono dimenticati della guerra, del sangue, della servitù, del moralismo, della falsa santità, degli stati e delle leggi, e di tutte le menzogne e le atrocità degli anni passati”.
Quel tempo era finito troppo presto. La politica “luigina” aveva preso il sopravvento, riproponendosi come “uno stagno di interessi e di intrighi di cui sfuggiva la ragione, un mondo chiuso e impenetrabile”. Alla dimensione solare della lotta si contrapponeva l'oscura trama del compromesso, il mondo delle pratiche invisibili, “la selva misteriosa della politica, del governo e dei partiti, nati allora e già così complicati, con un loro linguaggio sacro e convenzionale, dei loro costumi nascosti al profano, un rituale simbolico e incomprensibile”, cosicché i politici che avrebbero dovuto, per i “contadini” “essere i loro portavoce e anche le loro guide,... avevano fatto rinascere vecchi partiti, vecchie idee, vecchi pregiudizi e vecchie contese”.
Era stato così che Roma, con i suoi ministeri, i suoi palazzi, le facce dei suoi uomini politici, era diventata la metafora di una gigantesca occasione mancata non tanto sul piano delle “svolte rivoluzionarie” quanto proprio su quello della rigenerazione degli uomini e delle coscienze. Le istituzioni (“i muri dei ministeri isolano dal mondo di fuori una casta chiusa di piccoli borghesi degenerati e miserabili, sordi e ciechi e insensibili a tutto se non ai loro piccoli bisogni, alla loro omertà, ai loro intrighi talmente meschini e microscopici da riuscire incomprensibili”), i “palazzi” ( “Il Ministero è una specie di tempio, dove si adorano e perfezionano i vizi più abietti, i tre più desolati peccati mortali: la pigrizia, l'avarizia e l'invidia”), gli uomini (“dei vecchi, strani animali preistorici, stavano sdraiati con sussiego sui loro scranni, avvolti in una atmosfera di rispetto coagulato. Avevano saputo durare, indifferenti come pietre, agli avvenimenti, o secondandoli appena, accennando col capo a muoversi con quelli, pur restando fermi; nascondendo i vecchi visi sotto le maschere barbute, aspettando in letargo ma pieni di ambiziosi nascoste, la loro ora”) erano quelli di sempre, i “luigini”, irrimediabilmente contrapposti ai “contadini”. E gettavano la loro lunga ombra sui destini dell'Italia repubblicana.